lunedì 15 aprile 2019

La fondazione, o rifondazione, di Bordighera


Il 2 settembre 1470 (notaio Antonio Corrubeo) alcuni capifamiglia (in gran parte di Borghetto e Vallebona), col consenso dello Stato, radunatisi nella parrocchiale di Borghetto, non realizzarono una vera e propria "fondazione" di Bordighera ma una solenne "rifondazione" in VIII "villa" intemelia, erigendo strutture insediative su un'area, al momento deserta ma in cui stavano ruderi di un passato neppure remoto e dove era già esistito un insediamento censito nel focatico provenzale del 1300. Le difficoltà per chiarire ciò furono dovute alla perdita dell'atto originario ed alla necessità di ricostruirlo con documenti di seconda mano.
B. Durante e F. Poggi hanno individuato nell'"Archivio di Stato di Genova" ("Magistrato delle Comunità" n.858) una seicentesca trascrizione dell' originale ad opera del notaio M. Antonio Lamberto (si rinvenne pure un atto, come quello del Lamberto, trascritto il 6-VIII-1708 dal notaio G. Maria Bellomo che consultò l'originale ora perso): B. DURANTE-F. POGGI, Nuovi documenti sulle origini e la storia di Bordighera in "Rivista Ing.Intem.", 1983, n.3-4).
Data la correttezza pubblica e legale delle trascrizioni notarili si può proporre l'atto del Lamberto (che parla di 32 e non di 31 fondatori di Bordighera) come atto probante l'erezione ufficiale della villa di Bordighera:
"In nome del Signore Amen. Resti ben noto a tutti quanti, sia come singoli individui sia al pari di gruppo e collettività, ed a quanti peraltro avranno occasione di leggere od ascoltare il contenuto del suddetto documento che ai seguenti impegni, accordi e stipulazioni sono concorsi i seguenti capifamiglia:
Lazarus Taronus, Antonius Conradus, Siretus Vialis, Lucas Rubeus, Antonius Rubeus q.
[figlio del fu] Bartolomei, Joannes Paranca [figlio di] Georgii, Guliermus Carbonus, Franciscus Ricobonus, Petrus Ricobonus, Georgius de Plana, Nicolaus de Plana, Petrus Jancherius q.[figlio del fu] Francisci, Bertinus Jancherius, Vicentius Bandetus, Monetus Parancha, Ludovicus Jancherius q.[figlio del fu] Francisci, Bartholomeus Traytellus, Ludovicus Balucus, Cristophorus Cataneus, Stephanus Lucas [figlio di] Massimini, Antonius Rubeus [figlio di] Oberti, Joannes Conradus [figlio di] Antonij, Joannes Rubeus [figlio del fu] Andreae, Leonardus Ardissonus, Guliermus Bandetus, Guliermus Conradus, Joannes Approsius [figlio del fu] Thelami, Bartholomeus Rolandus, Rainerius Paranca, Petrus Jancherius [figlio di] Pellegri, Petrus Jancherius [figlio di] Christophori e Antonius Taronus [per un totale di 32 capifamiglia fondatori].
Resti pertanto noto che i soprascritti si sono reciprocamenti fatta promessa d'edificare un luogo
[con "luogo" si indicava un centro minore] nel territorio di Ventimiglia nel sito detto "la Bordighea", procedendosi precisamente nei lavori dalla via pubblica verso mare e dalle proprietà degli eredi del defunto signor Barnaba Corrubeo canonico di Ventimiglia sin alla terre dei già menzionati Giorgio e Nicolò de Plana laddove sta "Lo Pozo" [il pozzo]; intorno a siffatto Pozo verrà quindi costruita una parete alta grossomodo venti palmi che rappresenterà la cinta del borgo: inoltre si edificheranno delle abitazioni prossime a questa cinta muraria ed altre ancora dovranno farsi in simile luogo per la lunghezza di ventotto palmi e la larghezza di venti. Le pareti di queste case, dell'altezza massima di dodici palmi, saranno quindi erette da questo momento entro i due prossimi anni a venire con spese comuni...redatto nella chiesa di S. Nicolò di Borghetto nell'anno del Signore 1470, indizione III, al giorno secondo del mese di settembre essendo presenti i testimon Petro Ganserra, Johanne Balauco q. [del fu] Antonio cittadini Ventimigliese e Johanne Grosso de Sancto Romulo chiamati e convocati a tutto ciò....Estratto in ogni sua parte da una consimile copia autentia ricavata dai protocolli dei documenti del defunto Signor notaro Antonio Corrubeo, copia peraltro sottoscritta dal fu Signor Giovanni Antonio Corrubeo figlio del defunto Antonio, di professione notaio in Ventimiglia.....Marco Antonio Lamberto notaro".

da Cultura-Barocca



sabato 6 aprile 2019

Taglie del XVI secolo su lupi ed orsi a Pigna (IM)


La COMUNITA' DI PIGNA (IM) in Alta Val Nervia nelle sue NORME STATUTARIE del XVI secolo introdusse una RUBRICA in cui si legge: "Orsi, Luppi grossi/ Che ogni persona che piglierà nel territorio del presente Luogo di Pigna et Busio, Orsi o Lupi grossi, a colui, a coloro che n'averanno preso gli sii sii dato e pagato dalla Città e Sindici Agenti per essa per ogni Orso o Lupo grosso libre due ducali [la moneta è sabauda visto che Pigna e territorio dipendevano dal Piemonte sabaudo] et se prenderà delli piccoli la Città gli pagherà una libra [lira] per ogni uno, et quelli gli haverano presi saranno tenuti mettere la testa et le grafie attaccate ad una delle porte della terra".

Per giustificare la taglia ricevuta, visto che venivano retribuiti con denaro fiscale, i cacciatori avrebbero dovuto appendere alle pubbliche porte della città la testa e gli artigli degli ANIMALI PREDATORI. Può sembrare un'usanza barbara, ma era necessaria per la salvaguardia della vita agreste. I motivi di preoccupazione non erano peraltro immotivati.


Dalla lettura del MANOSCRITTO BOREA si apprendono le vicende di VARIE E MORTALI AGGRESSIONI DI LUPI (per quanto la stesura del prezioso documento qui digitalizzato in analisi critica inizi nel 1470, tratti principalmente l'area di Sanremo/San Remo ed alcune considerazioni possano anche esser state talora enfatizzate nella narrazione popolare) nel Ponente ligustico in vari anni. Ad esempio 1532 - 1564 - 1637 - 1641 - 1643.

Le armi (reti, trappole, dardi) e il tipo di caccia (di agguato, di inganno e/o coi cani) fu successivamente integrata coll'uso delle armi da fuoco: si trattava però di ARCHIBUGI, usuali tra la popolazione solo da fine '500, armi cioè che non potevano certo compiere delle stragi.

Dal fatto che negli STATUTI DI PIGNA del '500 fosse stata introdotta questa rubrica si deduce che le colonie di ORSI nell'area in particolare di GOUTA dovessero essere notevoli e costituire, questo è fuor di dubbio, un pericolo per le greggi transumanti: è ipotizzabile che all'epoca storica dei PELLEGRINAGGI (XIII-XIV secolo) questi grandi animali fossero ancora più numerosi in zona che nel '500 e che finissero per costituire un pericolo reale per quei PELLEGRINI che procedessero da soli o si avventurassero troppo fuori dai percorsi naturalmente battuti.

da Cultura-Barocca

martedì 26 marzo 2019

Un piccolo, ma tormentato documento di antica democrazia rurale

Alle falde di Montenero
Della COMUNITA’ (fondata nel 1686) DEGLI OTTO LUOGHI (le “Ville” di Camporosso, Vallecrosia, San Biagio della Cima, Soldano, Vallebona, Bordighera, Borghetto San Nicolò e Sasso - le ultime due località, oggi frazioni di Bordighera - nel ponente dell'attuale provincia di Imperia), si ricordano - e sono in primis importanti da esaminare per lo straordinario bagaglio di informazioni che portano sulla REGOLAMENTAZIONE DELLA VITA SOCIO-ECONOMICA DI UNA SOCIETA’ AGRICOLA FRA XVII E XIX SECOLO - i CAPITOLI PER LA SALVAGUARDIA DEL MONTENERO [che era una COMUNAGLIA cioè un BOSCO COMUNE e quindi fiscale: le comunità se ne servivano come di un bene pubblico, ne vendevano il legname, ne gestivano la fruizione sempre a favore della comunità] ed ancora il REGOLAMENTO CAMPESTRE DEGLI OTTO LUOGHI.

Nella società rivierasca ponentina tra XV e XVIII sec., una società strettamente legata per vari scopi alla fruizione del legname e comunque alla salvaguardia delle coltivazioni, una cura particolare era data alla prevenzione degli INCENDI e alla lotta contro gli stessi, utilizzando ogni sistema, anche al trasporto dell’acqua su primordiali carri cisterna, efficaci pur se non all’avanguardia come la MACCHINA DI TRADIZIONE CENTROEUROPEA che fu elaborata in questo stesso periodo.
Le pene contro i PIROMANI erano peraltro molto severe come dettano le informazioni date in materia al BRACCIO SECOLARE e soprattutto il contenuto dell’ARTICOLO DEGLI STATUTI CRIMINALI DI GENOVA DEL 1556.

A seconda del dolo e delle conseguenze penali si poteva passare da una pur severa ammenda alla PENA DEL CARCERE alla ben più temuta condanna all’ESILIO -per cui si era proscritti dalla Stato e tornando nascostamente in patria si poteva essere lecitamente uccisi dai CACCIATORI DI TAGLIE - alla “PENA DELLA GALEA” venendo cioè “incatenati” come GALEOTTI - per un tempo bariabile di anni (da uno sin alla reclusione a vita) - sulle GALEE DI CATENA DELLO STATO.

Nulla toglie che in casi estremi si potesse comminare il SUPPLIZIO ESTREMO - nella Repubblica di GENOVA caratterizzato soprattutto, ma non solo, dall’IMPICCAGIONE LENTA -: un po’ per superstizione e tradizione culturale e parecchio per convenienza poliziesca e qual macchina di dissuasione - in quei particolari ma non frequenti “momenti storici” caratterizzati da un incrudelimento della giustizia o da qualche sporadico ritorno pseudoreligioso di “CACCIA ALLE STREGHE” - gli INCENDIARI correvano pure il rischio tremendo di esser inquadrati nel panorama dei CRIMINALI DEL PARANORMALE quali PERPETRATORI DI MALEFICIO INCENDIARIO.

Vista inoltre la crescente importanza commerciale, alimentare e sanitaria dell’AGRUMICOLTURA (dato che il clima favorevole agevolava la coltivazione di cedri, aranci e limoni) negli anni le Ville si dotarono anche di una normativa (o CAPITOLI) idonea a regolare sin nei minimi particolari la cultura degli agrumi e l’attività mercantile loro connessa che, via via, assunse per l’economia locale un ruolo importantissimo.

In base all’ATTO DI FONDAZIONE le Ville avrebbero costituito una Comunità, una sorta di “democratica confederazione”, la cui amministrazione (il cui fine doveva risiedere in un’oculata ed equanime distribuzione del gettito fiscale per le esigenze diverse delle diverse località) risiedeva nell’autorità di un PARLAMENTO composto di membri di provata onestà della Comunità stessa, con ampi poteri in materia economico-fiscale locale. Il PARLAMENTO non aveva peraltro una sede fissa ma si radunava, secondo un processo cronologico ben preciso di rotazione, nelle sedi delle ville principali, di modo che per consuetudini e carisma alla fine la villa sede dell’edificio del PARLAMENTO non potesse - come Ventimiglia - influenzare o variamente lusingare, corrompere od asservire i “parlamentari” meno decisi delle altre località.

Le PROCEDURE DI DIVISIONE si protrassero sin al 1696 e continuaronono nel XVIII sec. per proteste di Ventimiglia la cui situazione degradava a vantaggio delle ville: comunque, alla fine, si tracciarono nuove linee confinarie tra le amministrazioni, fissando pietre di limite a disegno cruciforme (quelle che Ugo Foscolo durante un suo soggiorno ventimigliese, lugubremente, interpretò essere delle tombe sparse sui monti): una prova dei cippi di confine degli “Otto Luoghi” si vede sul Monte Nero di Bordighera (le pietre portano da un lato la sigla 8L [Otto Luoghi] e dall’altra la sigla S [Seborga] e SR [Sanremo].

Le procedure di divisione si protrassero (soprattutto per la delineazione dei confini fra capoluogo e ville) sin al 1696 e continuarono nel XVIII secolo, specie per le proteste avanzate da Ventimiglia la cui situazione socio-economica andava degradando a vantaggio di quella delle ville che invece presero a fiorire. In particolare Bordighera, esente da obblighi fiscali connessi un tempo ai doveri sul “pescato” e sulla “marineria” verso Ventimiglia, migliorò la propria situazione socio-economica e risentì di incremento demografico.

Anche Camporosso risentì favorevolmente di questa nuova situazione, tuttavia i progressi di Bordighera (il cui porto traeva vantaggi dallo sfruttamento dei commerci oltre che dall’attività di pescatori e “coralatori”) si evidenziarono in maniera più evidente rispetto a quelli delle altre località (compresa la pur ricca Camporosso).

Le Ville meno fortunate, come Soldano e Sasso, presero a sospettare che Bordighera, mentre cresceva a dismisura, diventasse una novella Ventimiglia, una villa “matrigna” desiderosa di egemonizzare il Parlamento comunitario delle Ville.

Un momento di attrito tra gli otto borghi si verificò tra 1773 e 1787 quando si sparse la voce di “Incursioni dei Turchi” come si legge tuttora nell’Archivio Comunale di Bordighera, “Atti consulari 1759-1797. I Bordigotti ottennero da Genova che si sistemassero “Per la difesa dei bastimenti nazionali” due cannoni sul Capo della Ruota e due sul Capo S. Ampelio. I Vallecrosini in particolare (ma anche gli abitanti delle altre ville) avrebbero dovuto contribuire alle spese di mantenimento ma, non sentendosi protetti da quelle lontane batterie, si appellarono alla Repubblica per rifiutare un onere di spese che sarebbe andato, secondo loro, a vantaggio di Bordighera. Di fronte all’idea di una Bordighera assimilata al rango di “novella rapace Ventimiglia” si giunse a ventilare l’idea di una nuova separazione, che escludesse la “città delle palme” : molte furono le discussioni, le petizioni, gli scritti pubblicati o pronunciati nel Parlamento della Comunità. La situazione si fece incandescente ma i deputati delle Ville, che si apprestavano a darsi battaglia, furono arrestati sulla soglia di colossali trasformazioni che presto avrebbero trasformato la Francia e l’Europa tutta, quei fermenti rivoluzionari che avrebbero cancellato la Repubblica di Genova e le sue molteplici istituzioni, compreso il secolare “Capitanato di Ventimiglia”.

Così l’esperimento della “Magnifica Comunità degli Otto Luoghi”, durato come si vede poco più di un secolo finì coll’istituzione della “Rivoluzionaria Repubblica Ligure del 1797” , restando tuttavia nella memoria di tutti come un piccolo, tormentato, ma importante documento di antica democrazia rurale.

da Cultura-Barocca


giovedì 21 marzo 2019

Diano Castello (IM)

L'abside della Chiesa di Santa Maria Assunta a Diano Castello - Fonte: Wikipedia
Diano Castello (IM), a prescindere dalla tradizione antica e romana che tratta della STAZIONE DEL LUCUS BORMANI, che peraltro dovette essere anche un BOSCO SACRO, divenne un borgo noto ed anche di rilievo militare e politico soltanto dopo le SCORRERIE DEI SARACENI quando la VITTORIA CRISTIANA segnò, oltre che il trionfo della CHIESA DI ROMA, anche quella della NOBILTA' FEUDALE e non solo dei GRANDI FEUDATARI, ma anche dei nobili locali che, PESANTEMENTE ARMATI, finirono per avvolgere la loro figura di un'aura di invincibilità.
Era abbastanza facile, a capo di pochi armati (a volte soltanto di propri servi) avere la megio su nemici armati alla leggera: sia che fossero le frange meno nobili e quindi meno attrezzate degli eserciti saraceni sia che fossero villani e sudditi, magari in rivolta per qualche ingiustizia patita, e quasi impossibilitati, seppur in tanti a sopraffare un cavaliere catafratto cioè corazzato in ogni parte, compreso il preziosissimo cavallo: la carica della cavalleria catafratta fu per secoli l'antemurale che frenò l'evoluzione delle milizie popolari e borghesi.
I Marchesi di Clavesana o comunque i loro ascendenti avevano partecipato vittoriosamente alla spedizione contro i Saraceni e gli stessi Clavesana orgogliosi di quel passato amavano scorrazzare per i loro possedimenti feudali armati in maniera quasi invulnerabili per le povere armi dei soldati provenienti dalla vita dei campi e che spesso brandivano solo delle falci.
I CLAVESANA inoltre, come tutta la nobiltà locale, potevano fruire di munitissime residenze in CASTELLI difficilmente espugnabili per la limitata potenza degli strumenti d'offesa nel corso degli assedi: ne tenevano naturalmente UNO in DIANO CASTELLO, in pratica la CAPITALE del loro DOMINIO [andato però distrutto per il TERREMOTO DEL 1887 (ne rimangono solo poche strutture ed archi ormai assimilati entro il corpo architettonico di abitazioni successive: peraltro anche la CINTA MURARIA CON LE SUE QUATTRO PORTE che rendeva DIANO CASTELLO un centro pressoché imprendibile è stata annientata dallo stesso terribile sisma] ma certo avevano altre basi militari, ben difese e custodite, come il CASTELLO DI CERVO].
Nonostante le loro armi e le loro previdenze i CLAVESANA non poterono comunque impedire che la popolazione di DIANO CASTELLO sensibile alla nuova filosofia di LIBERO COMUNE si rivoltasse in varie circostanze e poi si rivolgesse ad una lleato tanto potente che contro di esso i Clavesana nulla avrebbero mai potuto.
La nuova presenza politico-militare è quella di GENOVA che nel 1199 assorbe il paese entro il suo DOMINIO.
Gli abitanti di DIANO CASTELLO corrisposero meravigliosamente all'aiuto dei Genovesi e contribuirono con uomini e mezzi all'importante vittoria navale di GENOVA su PISA, la vittoria che diede a GENOVA il ruolo di unica DOMINANTE NEL MAR TIRRENO.
Nel palazzo comunale della cittadina, anche per commemorare quegli antichi cittadini di Diano Castello che come BALESTRIERI contribuirono al trionfo genovese, si conserva tuttora un affresco che celebra appunto la VITTORIA DELLA MELORIA del 1284.
La storia successiva della località si fuse con quella della REPUBBLICA DI GENOVA: nell'ambito del DOMINIO DI TERRAFERMA il borgo si sviluppò come capoluogo della PODESTERIA DI DIANO cioè di un'amministrazione genovese -retta da un PODESTA'- con ampi privilegi locali (la "COMMUNITAS DIANI").
La sostanza di questa "storia genovese" di DIANO CASTELLO - di cui a metà XVIII secolo Matteo  Vinzoni per l'"Atlante de il Dominio della Repubblica" redasse una CARTA TOPOGRAFICA- venne meno nel '700 con l'avverarsi di vicende politico-militari susseguenti ai fatti ed alle conseguenze della RIVOLUZIONE FRANCESE.Bella è la PARROCCHIALE DI DIANO CASTELLO intitolata a S.NICOLA DI BARI e realizzata, dal 1698, su disegno di G.B.Marvaldi: essa presenta, secondo il suo pieno stile barocco, pianta rettangolare breve smussata agli angoli.

Tuttavia la CHIESA più significativa di DIANO CASTELLO è quasi certamente quella di NOSTRA SIGNORA ASSUNTA già datata da Nino Lamboglia al XIII secolo e la cui ABSIDE risulta ad archeggiatura continua con peducci figurati.
Fuori del borgo medievale di DIANO CASTELLO si trova una CHIESA anche più antica di quella dell'ASSUNTA. Si tratta della CHIESA DI S. GIOVANNI, dal suggestivo INTERNO, al cui proposito nel libro "Monumenti medievali della Liguria di Ponente" (Torino, 1970, p.69) Nino Lamboglia scrisse: "...è ora ad unica ampia navata, con l'abside integralmente conservata, al pari delle pareti laterali, fino al tetto, che fino ai restauri di fine Ottocento era un rarissimo esempio di capriata lignea a travi e mensole finemente decorati con colori e motivi medievali; presenta tuttavia due fasi costruttive: una protoromanica, forse del secolo XI, che era a tre navate, ormai rase al suolo e visibili solo nelle absidi esterne, ed una del secolo XII avanzato, a navata unica con la sacrestia ricostruita al posto dell'abside destra".

La ricercatrice Daniela Gandolfi, dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri di Bordighera, ha poi studiato nella pianura che sta sotto il borgo medievale di DIANO CASTELLO i resti di una piccola CHIESA DI S. SIRO, ad aula absidata. Dagli scavi archeologici, oltre a reperti dell'edificio cristiano costituiti da un paramento muarario in piccoli blocchi squadrati di pietra, sono emersi resti di più antiche strutture edili e tra queste è stata segnalata una vasca impermeabilizzata con la tecnica del cocciopesto e quindi messa in collegamento con piccoli canali datati al III secolo d. C., cioè alla buona età imperiale romana. Questa scoperta ha indotto a formulare l'ipotesi che qui fosse sorta una villa rustica romana, cioè un'azienda agricola a manutenzione servile sui cui avanzi sarebbe stato poi eretto l'edificio cristiano.

La Chiesa Parrocchiale di San Nicola di Bari a Diano Castello - Fonte: Wikipedia



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