sabato 15 dicembre 2018

Vallecrosia (IM): una disposizione testamentaria del 1561

Vallecrosia (IM) - uno scorcio del centro storico
In base ad una disposizione testamentaria, registrata il 27 febbraio 1561 negli atti del notaio intemelio Pellegrino Macario (in Archivio di Stato di Genova - Banco di S. Giorgio - Cartulario delle Colonne, SL, 1735, c. 299 recto), un ricco abitante di Vallecrosia (IM), tale Giovanni Aprosio figlio del defunto Marco, stabilì che metà delle rendite dei capitali che egli aveva investito in una Colonna del Banco di San Giorgio di Genova dovesse annualmente essere distribuita tra la popolazione di Vallecrosia, a guisa di perpetuo sussidio di rimpetto ad eventuali, possibili difficoltà economiche: l'altra metà della somma doveva invece essere reimpiegata sotto forma di LUOGHI [LUOGO] in tale Colonna (le Colonne del Banco di S. Giorgio erano Registri detti cartolari, dell'amministrazione del debito pubblico o compere; in numero di nove venivano rinnovati ogni anno, vi erano elencati in ordine alfabetico tutti i creditori, con la specificazione della quota del loro credito ) (Vedi AA.VV., Archivio di Stato di Genova, in Guida Generale agli Archivi di Stato Italiani , Roma, 1983, p. 340).
Di anno in anno meta le rendite del patrimonio sarebbero state distribuite sotto forma di sussidi alla popolazione (previo la riscossione e l'oculata distribuzione garantita da tre Massari delle chiese vallecrosine di S. Antonio, S. Bernardo e S. Sebastiano) mentre la restante metà sarebbe andata a rimpinguare il patrimonio in deposito e quindi a potenziare il futuro reddito, con crescente vantaggio degli abitanti del borgo.
Ecco qui di seguito espressa nel latino originale del documento la parte pregnante di quell'antico legato testamentario:
... Joannes Aprosius q. Marci de Vallecrosa villa Vintimillis...videlicet repectu proventorum dimidie dictoram locorum et emendorum seu collocandorum annuatim multiplicetur...Reliqua vero dimidia ipsorum locorum et aliorum emendorum seu collocandum singulis annis in perpetuum exigatur per tre Massarios Ecclesiorum Sancti Antonis, Sancti Bernardi et Sancti Sebastiani ville Vallis Crozie annuatim, omni dolo et fraude remotis, elligendos, quos in hac parte suos Fideicommissarios et executores constitut, eligit, et deputavit qui quidem Massarii sic annuatim elligendi et executores teneatur, et debeant ex ipsa dimidia ipsorum proventum singulis annis in perpetuum elemosinam generale facere Dei amore et in sussidium anime ipsiusque Ioannis et distribuere in et per totam dictam Villam Vallis Crozie, omnibus et singulis personis dicte Ville et que seu quibus tunc temporis reperirentur in ea et hoc in observatione codicillo dicti q. Joanni, receptorum per Pellegrum Maccarium civitatis Vintimilis loci Campirubei notari in anno 1561 die 27 mensis februarij....
Il legato si rivelò particolarmente utile per la popolazione di Vallecrosia nei primi decenni del XVIII secolo.
In quei tempi le cose andavano malissimo per il borgo: le annate dei raccolti erano state ingrate ed in pratica l'intiera comunità si trovò all'improvviso, sull'orlo di un collasso.
Per far fronte a tutto ciò rimase un unico espediente, quello di appellarsi alle massime autorità genovesi onde poter stornare dal deposito, in cui era impiegato il capitale dell'antico benefattore, la somma di 12.000 lire da impiegarsi nell'acquisto di grano da distribuirsi tra la popolazione.
I gestori del Comune di Vallecrosia inviarono pertanto una petizione al Senato della Repubblica e questa, a vari livelli, venne dibattuta.
Serenissimi Signori
Gl'Agenti del Luogo di Valle Crosia, Giurisditione del Capitanato di XXmiglia come Deputati dal Quale Parlamento esposero a vostre Signorie Serenissime qualmente da due anni a questa parte le raccolte sono state molto scarse, massime in quest'Anno che manca il frutto dell'Ulivi per caosa della Siccità; l'anno passato però, che furono poche, si andò detto Luogo alla meglio sostenendo, ma in questo d'ora non trovano forma di sostentarsi, travandosi in grandi necessità e miserie, stando appoggiato il suo necessario per mantenersi con suddette Raccolte, ed avendo altresì... a Vostre Signorie Serenissime avere il Luogo di Vallecrosia in S. Giorgio una Collonna descritta dal Cartulario S.L. in Testa e Credito dell'ora fu Giovanni Aprosio q. Marco dell'istesso Luogo ascendente a quasi trecento luoghi, la metà de proventi della quale va in Moltiplico e l'altra si distribuisce secondo l'Intenzione di Suddetto ora fu Gio. Aprosio, così supplicarono li detti Agenti e Deputati dal detto Popolo con la maggior premura la paterna clemenza delle Signorie loro Serenissime a degnarsi derrogare lire 12.000 da suddetta Collonna da impiegarsi nella compra di tanto Grano ad effetto di sollevare detto povero luogo da tante miserie da' quali resta al punto appresso. Di quali preci le Vostre Signorie Serenissime delberarono il dì 3 corrente che se mene trasmettesse copia, percheé riconosciuto l'esposto e sentiti tutti quei che anchessi stimato dover udire, quindi dovessi riferire a vostre Signorie Serenissime.
In essecuzione dei pregiati loro Commandi devo rapportarle aver riconoscinto dalle informazioni presenti che resta detto luogo al presente nelle riferite miserie, come pure da deliberazione di Generale Parlamento del 15 Giugno prossimo passato ricevuta dal Notaio Angelo Gaetano Aprosio, sono concorsi tutti i Capi di Casa a dar facoltà alli Agenti di detto Luogo di ricorrere a Vostre Signorie Serenissime per supplicarli a volersi degnare derogare le dette L. 12.000 da suddetta Collonna per comprarne tanto grano al riferito fine, il che eseguito devo rapportare a Vostre Signorie Serenissime alle quali faccio profondissima Riverenza di Vostre Signorie Serenissime.
S. Remo 24 novembre 1734. Umilissimo Servitore Camillo Doria
".
L'operazione non andò immediatamente in porto per il tergiversare del Senato più che per lentezza del citato Doria Commissario di Sanremo: il Doria dovette anzi intervenire presso il massimo organo genovese il 31 marzo 1735 con una missiva di simile tenore, nella quale si ribadivano le tematiche della precedente ma nello stesso tempo si evidenziavano ulteriori difficoltà degli abitanti di Vallecrosia, ormai giunti alla disperazione.
In quest'ultimo documento si legge infatti tra l'altro:
" ... le quali preci (degli abitanti del borgo) da questo Trono sono state pro informazione tramandate a quel Sig. Commissario di Sanremo, quale dopo aver preso quelle informazioni stimate più proprie ne ha mandata la relazione quale a causa delli affari pubblici non si è potuta ancor leggere ed in tanto non ha potuto fare a meno detto luogo di non portarsi in S. Remo da Monsieur Dubrue per aver dal Medesimo qualche sollievo, quale le dato tanto grano per L. 5.000 circa, ma ora dificoltando il Medesimo con altri di soccorrere il detto luogo senza l'approvazione delle loro Signorie Serenissime, così supplica la loro paterna clemenza a degnarsi concedere la facoltà di potersi far imprestare tanto danaro o prendere tanto grano per la somma di L. 12.000... ".
Le reiterate petizioni degli abitanti di Vallecrosia che, pur avevano come punto di riferimento il deposito di quel cinquecentesco Aprosio che si era andato col tempo rimpinguando, stanno a dimostrare l'eccezionale gravità di tale momento: per questo si richiedeva un intervento altrettanto eccezionale, soprattutto per evitare i rischi reali dello spopolamento o degli usurai.
Per quanto ricostruibile dai dati oggi acquisiti l'operazione si concluse positivamente: ed il borgo potè salvarsi da un colpo mortale: i due documenti di cui sopra, con il successivo atto di documentazione degli eventi delle petizioni, sono custoditi presso l'Archivio di Stato di Genova - Magistrato delle Comunità - n. 311, 1-3, 1734, 24 - XI e postea).

da Cultura-Barocca

lunedì 26 novembre 2018

La civiltà rustica del mulo nel ponente di Liguria



In Liguria occidentale il MULO era molto diffuso, essendo l'animale ideale per viaggiare lungo percorsi aspri e disagevoli sia lungo la costa che per i tragitti LIGURIA-PIEMONTE.
Il MULO godette per tutta la "Provincia di Imperia" una notevole "fortuna" nel passato.
Ovunque si parla di MULATTIERI soprattutto per quanto concerneva il loro interminabile succedersi tanto sulla via del Nava avendo come punto nodale il sito di Caravonica nell'onegliese, autentica tappa secolare di muli e mulattieri, quanto sull'areale della zona di Taggia e della valle Argentina, ma neppure bisogna dimenticare l'estremo ponente ligure ed in particolare le sue valli ove muli e mulattieri svolsero svariati e secolari lavori.
Per queste contrade generazioni di uomini, in compagnia dei loro animali, svolsero un lavoro fondamentale incentrato sul trasporto a pagamento di prodotti da condurre sulle piazze commerciali del Piemonte o da queste ai porti liguri od ancora dal Ponente di Liguria in direzione della Provenza quanto di Genova.
Le tracce di questa "CIVILTA' RUSTICA DEL MULO" si riscontrano un po' ovunque nel ponente ligustico, tuttavia per quanto riguarda l'area appena menzionata si hanno tracce documentarie di un certo rilievo (senza dimenticare la scelta che sino a non molti anni fa si faceva dei MULI allevati in valle Argentina per essere utilizzati nelle Forze Armate Italiane).
Questa CIVILTA' DEL MULO E DEI MULATTIERI ha lasciato per esempio significative tracce nel folklore e nelle usanze sia religiose che laiche.
Per esempio nell'area tra le valli dell' Argentina e del S. Lorenzo, nella località di POMPEIANA in particolare, si scoprono tracce di un folklore antico connesso alla cura dei MULI.

Pompeiana (IM)
Proprio a POMPEIANA esistono per esempio i ruderi di una CAPPELLA o CHIESA CAMPESTRE che la popolazione aveva eretto ad un SANTO tra i cui attributi era quello di essere protettore dei maniscalchi, CAPPELLA che nella dizione locale è detta, impropriamente, CAPPELLA DI S. ALO' piccolo ed ormai quasi dimenticato "tempietto cristiano" all'antica, quanto decaduta, CIVILTA' LIGURE DEL MULO: in occasione della festa di questo Santo i muli venivano portati sul sagrato della chiesa per essere benedetti dal sacerdote (si benedicevano le bestie, come semplicemente anche si diceva, grazie a cui i mulattieri del circondario avrebbero potuto svolgere la loro attività di trasporto in ogni direzione e per ogni tragitto: il culto rimase anche quando la cappella fu distrutta dal terremoto del 1831 ma si prese l'abitudine, sino a tempi relativamente a noi recenti, di procedere alla benedizione sul sagrato della chiesa parrocchiale del borgo).
Nella storia ligure ponentina i lunghi tragitti commerciali, verso il Basso Piemonte quanto verso la Provenza e comunque la Francia (senza escludere naturalmente il territorio metropolitano di Genova) avvenivano tramite MULI, aggiogati quando possibili, altrimenti operanti individualmente (od incolonnati, tenendo conto della frequente asperità di vie e percorsi: senza dimenticare quelle emergenze rappresentate da tronchi stradali ormai entrati nel mito come la via Eraclea in definitiva calco della posteriore e parimenti leggentaria strada di Santa Maria Maddalena) carichi della soma [e peraltro molti lavori erano svolti con l'unico, sostanziale aiuto del paziente e forte MULO, animale più adattabile del cavallo e dell'asino, utile in guerra com in pace, capace di onerosi trasporti per tragitti ardui, come spesso erano quelli della Liguria occidentale, e finalmente utilizzate anche per ragioni di trasporto sanitario laddove non poteva intervenire l'ambulanza volante adattata per scopi civili dalla strumentazione bellica.
In un MANOSCRITTO OTTOCENTESCO DI ARGOMENTO MEDICO detto MANOSCRITTO WENZEL, fra altre attestazioni e documenti, una RICETTA MEDICA PER EQUINI.
Con grafia, diversa sia da quella del testo del manoscritto e della ricetta veterinaria, si legge poi in un foglio volante inserito a guisa di frontespizio: "LIBRO DE L'ILL.MO SIGNORE WENZEL TEDESCO/ si mettano nel libro anco le Note, da comunicarsi per quando si daranno li ordini, contra li Unguentarii di vie perché non dieno tormento contro la gente di questo luogo del Perinaldo che va con le bestie mulattine in terra foresta, all'oltregioghi e sinanco in Livorno, allora che è tempo delli limoni per li Ebrei ".
Si potrebbe intendere che un anonimo autore - forse un qualche esponente della municipalità - abbia inteso rammentare al medico estensore del manoscritto di fornire una serie di notizie pratiche di medicina e soprattutto di pronto intervento ai MULATTIERI (quanti cioè lavoravano con le bestie mulatine (o mulattine) come venivano preferibilmente chiamati i MULI alla maniera che si evince analizzando un qualsivoglia ARTICOLO del REGOLAMENTO AGRICOLO della COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI, confinante proprio con il territorio perinaldenco).

Perinaldo (IM)
Da tanti paesi dell'entroterra di Perinaldo i MULATTIERI si recavano a far lavoro di trasporto di merci per la costa ligure sin a Genova ed oltre e poi anche in territorio francese (dopo la frontiera come anche si soleva dire, sia quando si andava in Provenza che nelle Alpi Marittime che ancora, ad esempio, al Portofranco sabaudo di Nizza e Villafranca).
I MULATTIERI eseguivano tantissimi compiti ma vale qui la pena di menzionare alcuni trasporti tipici, che cioè caratterizzarono la loro attività, sia che si trattasse di spostamenti singoli (su percorsi limitati, per esempio si ai porti e agli scali commerciali) sia su tragitti lunghi, specialmente quando le bestie mulatine (o mulattine) venivano organizzate secondo il sistema della caravana o carovana cioè per grossi contingenti di animali ed uomini destinati a procedere incolonnati attraverso le asprezze dei malandati percorsi litoranei.
Fu con siffatto sistema che questi trasportatori liguri condussero per secoli nelle regioni più lontane le merci e, nella fattispecie della Liguria ponentina, alcuni suoi prodotti storici: tra cui giova citare l'OLIO D'OLIVA, gli AGRUMI, PALME - PALMIZI - PALMURELI ed il VINO (senza dimenticare quei prodotti che, magari per lunghi periodi prima di decadere, hanno costituito una voce significativa della produzione ligustica come, ad esempio, il CORALLO che i MULATTIERI LIGURI OCCIDENTALI trasportarono per secoli verso il Piemonte e la "Padania").
La citata nota del MANOSCRITTO WENZEL è, specificatamente, interessante in quanto permette di dedurre che ancora ai primi del 1800, sugli ardui tragitti che lentamente sarebbero stati "calcati" dalla via della Cornice, i MULATTIERI dovevano verisimilmente confrontarsi con malattie e pericoli d'animali selvatici o rinselvatichiti (anche linci ed orsi ma soprattutto lupi) oltre con quei quei tanti criminali (in particolare pirati, banditi, contrabbandieri, briganti da strada), che da metà del XVI secolo il Codice Penale di Genova aveva tentato, con ben limitati successi, di piegare.
Gli unici che di fatto, senza peculiari necessità osassero avventurarsi assieme ai MULATTIERI, senza scorta e lungo i tormentati percorsi del ponente ligustico (specie fra fine XVI e XVIII secolo), furono quegli avventurieri genericamente noti con l'epiteto di mercanti di meraviglie tra cui risultavano tanti ciarlatani e "medici di strada" che ancora nei primi decenni del XIX secolo si industriavano a vendere qual panacea contro ogni male sciroppi, tisane e soprattutto balsamici unguenti.

da Cultura-Barocca

sabato 17 novembre 2018

Bordighera (IM) dal 1900 al 1940

Bordighera (IM): la vecchia Chiesa Evangelica tedesca, oggi Chiesa Evangelica Valdese
Bordighera (IM) richiamò ospiti di ogni nazionalità, ma anche imprenditori stranieri, che la dotarono di attrezzature di prim'ordine. Albergatori svizzeri vi impiantarono nuovi esercizi, e per iniziativa di un cittadino francese sorse, nei locali del Piccolo Lido, una delle primissime case da gioco in Italia. Nel moltiplicarsi delle opere per lo sviluppo turistico della cittadina, un gruppo di privati cittadini creò, tra il 1910 e il 1911, una società che progettava di edificare un casinò sulla punta di S. Ampelio.
In questo modo Bordighera da un lato veniva ad affiancarsi alle altre villes d'eau della costa ligure provenzale, trovandosi addirittura in condizioni di competere con successo pure in questo settore: anche se l' iniziativa comportava il rischio di alterare lievemente le storiche prerogative di Bordighera quale luogo ameno di soggiorno aristocratico e colto, ben lontano da certe frenesie esistenziali.
 
Alla vigilia della prima guerra mondiale (mentre la Strada Romana si arricchiva di sempre nuove più ville e case signorili) l'attrezzatura turistica giunse a comprendere ventisette alberghi, sei pensioni, alcuni caffè e ristoranti, ben centotrenta ville, una casa da gioco , due cinematografi.
Tra gli edifici di culto, oltre alle chiese cattoliche, figuravano la Chiesa Evangelica Inglese (del 1883) e la nuova Chiesa Evangelica tedesca. Gli istituti di educazione pubblici e privati erano undici; oltre ai vari edifici ed uffici governativi e comunali esistevano sei agenzie consolari, quattro banche e altri uffici.
Tra i pochi stabilimenti industriali di Bordighera, nel 1914 comparve la segheria a vapore Nada Billour, poi trasformata in fabbrica di racchette da tennis (oggi purtroppo scomparsa), l'officina per la lavorazione del ferro Soleri , la fabbrica di cesti per fiori Aicardi e i due giardini di Lodovico Winter. Mentre il panorama agricolo si trasformava, mentre l'agrumicoltura entrava in crisi e l'olivicoltura, pur fra tanti problemi, sussisteva dignitosamente (ma usufruendo ormai quasi obbligatoriamente del moderno e celere mezzo di trasporto offerto dal treno) la floricoltura, buon cespite dell'economia agricola locale, si dilatava con vigore dal vallone di Borghetto e da quello di Sasso verso il declivio meridionale della collina retrostante l'abitato ed il Montenero; aumentava intanto il numero degli agricoltori che sostituivano le colture tradizionali dell' ulivo e degli agrumi con le nuove coltivazioni specializzate; accanto alle varietà di rose, mimose ed altre piante ornamentali si affermava così il garofano, nella cui coltura primeggiava l'ibridatore Sigifredo Alborno, mentre nel settore delle mimose si era perfezionato il tedesco Stefano Neuhoff.
Il progresso di Bordighera patì un rallentamento con lo scoppio della I^ guerra mondiale. Nel corso degli eventi bellici del 1915-18 quasi tutti gli alberghi e il Casinò, da poco terminato, furono adibiti ad ospedali militari, con disagi comprensibili e conseguenti difficoltà economiche per il terziario.
Superati i tempi difficili del dopoguerra, a partire dal 1924 cominciò una netta ripresa dello sviluppo edilizio, allorché vennero costruite trentotto nuove ville, altre vennero ampliate, furono rimodernati parecchi alberghi. Anche nel 1925 si mantenne questo vivo incremento dell' edilizia privata, mentre per suo conto l'Amministrazione comunale realizzò importanti opere pubbliche. In particolare furono compiuti alcuni lavori già progettati nell'anteguerra ma rimasti incompiuti per i gravi eventi sopraggiunti. Nel 1922, dopo una vertenza giudiziaria tra l'Impresa dell'acqua potabile e il Comune, l'Amministrazione presieduta dal Sindaco Cav. Francesco Biancheri (1920-1923) riscattò l'acquedotto e l'azienda .
Nel 1926 veniva quindi completata la PASSEGGIATA A MARE, colla realizzazione di un secondo tronco verso ponente.
Intorno al 1930 venne aperta al traffico la variante della Via Aurelia, a partire dalla Punta di S. Ampelio fino alla Piazza del Mercato (Piazza Garibaldi): l'impresa fu conclusa tra il 1926 e il 1929 ad opera dell'Ente Stradale, col proposito di agevolare il transito sulla Strada Nazionale sopprimendo il passaggio a livello necessario da superare al fine d' entrare nell'abitato appena dopo la Punta di S. Ampelio. Siffatta realizzazione procurò un indubbio vantaggio alla viabilità cittadina.
Scrive ancora la precisa Ceriolo Verrando in "Bordighera nella storia" (p. 162 e seg.) cui, francamente, tanto deve questo nostro lavoro, soprattutto per lo studio della moderna Bordighera, quella cioè sviluppatasi trionfalmente fra XIX e XX secolo:"...Nel 1927 intanto, il raggiunto sviluppo urbano di Bordighera, e quindi la sua nuova importanza tra i centri della provincia, ottiene una conferma ufficiale con l'aggregazione ad essa, come frazioni, dei due passi di Sasso e Borghetto.
I confini della città verso Ovest restano così spostati fino al rio Rattaconigli.
La popolazione, che si aggirava sui 5000 abitanti, viene a comprenderne oltre un migliaio in più e alcuni anni dopo, al censimento decennale del 1931, supera ormai i 7000 abitanti . Nel 1929 Bordighera ottiene il consenso uffia ciale all'uso dello stemma cittadino: un leone rampante al fusto di un pino.
Nel 1936 sarà infine divisa la giurisdizione parrocchiale di Bordighera, con l'erezione della Parrocchia dell'Immacolata (di Terrasanta)....". Dopo la fine della guerra e le trasformazioni geopolitiche la clientela russa, tedesca ed in parte quella inglese presero a disertare, per distinte motivazioni, Bordighera. Un colpo pesante a danno della città fu la soppressione delle case da giuoco in Italia (1923); nel 1927 la concessione in esclusiva del Casinò a Sanremo mise infatti Bordighera in uno stato di svantaggio rispetto alla vicina stazione turistica. Infatti a ragione di un dirottamento quasi biologico di parte del turismo più agiato verso Sanremo, dove stava ormai l'unica casa da giuoco della Riviera, la situazione turistica bordigotta regredì in maniera abbastanza evidente. A partire dal 1929 si verificò a livello mondiale una crisi economica, destinata a ripercuotersi inevitabilmente sul flusso turistico colpendo anche Bordighera. Gli avvenimenti sfavorevoli presero a susseguirsi: per esempio nel 1936 la Campagna d'Africa e l'applicazione delle "Sanzioni internazionali" al regime fascista posero l'Italia in aperto contrasto con l'Inghilterra, sì che i sudditi britannici, i quali rappresentavano gli ospiti più numerosi e affezionati della città, rientrarono gradualmente in patria, lasciando deserti gli alberghi di Bordighera.
Fortunatamente, a parziale compensazione , la floricoltura si era ancor più diffusa, assumendo spesso caratteristiche industriali, sia nella produzione che nella esportazione, ormai in grado di raggiungere vari mercati europei.
Durante la prima guerra mondiale il tedesco Roberto Diem aveva intanto introdotto nella cittadina la coltura dell'"asparagus plumosus" che si era estesa con successo sui terreni della piana. Nel contempo venivano redatti i primi dati sull'estensione delle coltivazioni floreali, riguardanti l'economia imperiese che, nel 1929, contava su ben milleduecentosessanta ettari coltivati a fiori, in maggioranza rose, sia a Bordighera che a Sanremo ed a Ospedaletti.
Purtroppo era alle porte un nuovo, terribile conflitto mondiale la cui esplosione ebbe effetti devastanti, facendo cessare molte attività che costituivano le maggiori risorse economiche di Bordighera e della Riviera.
Nel decennio precedente la seconda guerra mondiale si era peraltro già verificato una stasi generale dell'attività edilizia cittadina. Tale situazione dipendeva da molti fattori, ma fra tutti primeggiava la congiuntura economica che andava registrando un ulteriore calo nel settore turistico; la nuova Bordighera, che doveva il suo sviluppo principalmente a tale ragione economica, ne risentì in modo eclatante.
Nell'ambito delle opere pubbliche disperatamente destinate a valorizzare la città agli occhi di auspicabili turisti, l'Amministrazione comunale concesse in appalto i lavori di sistemazione a giardino della zona di levante sulle pendici del Capo e, promuovendo un'azione più vasta in tal direzione, fece abbellire il giardino pubblico Lowe.
Nel 1937, visto il bisogno di un mercato più ampio e moderno, venne edificato un nuovo fabbricato: il vecchio mercato, sito di fronte a questo su un'area poi occupata da parte di Piazza Garibaldi, venne demolito; l'opera fu completata con la sistemazione della piazza antistante e della Via Garibaldi (poi Via della Libertà), che consentiva d'accedere al mercato.
La guerra mondiale paralizzò poi del tutto lo sviluppo di Bordighera.
La città finì per trovarsi nella zona delle operazioni sul fronte occidentale e da subito patì la sgombero della popolazione (11-28 giugno 1940): negli ultimi mesi del conflitto fu peraltro soggetta a pesanti bombardamenti terrestri, aerei e navali che causarono gravi danni agli immobili, alla rete stradale e agli impianti.

in Cultura-Barocca

lunedì 12 novembre 2018

Alluvioni del Nervia

Il torrente Nervia costituisce uno dei due grossi corsi d'acqua del territorio di Ventimiglia (IM), quello che per la precisione da nome alla valle sino a Pigna ed oltre.

Nel tratto terminale del Nervia fra XVI e XIX secolo, sovrapponendo le proiezioni topografiche si evincono situazioni di base: che poco più di 150 anni fa la portata del torrente era vigorosa, che il suo alveo non era costante, che, tutte le volte in cui fosse stato possibile, come peraltro accadeva nel Medioevo, si era sempre realizzato un ponte ligneo (gestito da una confraternita ma dalla logistica ardua da identificare), espressione indiretta che il guado fra le "isole", cioé i depositi alluvionali emergenti dalle acque, non era cosa affatto semplice.
Il Nervia, nella media e bassa valle, da sempre ha le peculiarità di un letto estremamente vasto e sgusciante: nel corso della sua vicenda millenaria il torrente, abbandonando a più riprese l'alveo precedente, si era aperto altri percorsi sul mare disegnando altri alvei, magari destinati ad essere, in seguito, a loro volta abbandonati.
Una terribile piena alluvionale del Nervia va sotto il nome di Fiumara degli Angeli Custodi (2 settembre 1777): un diluvio inondò le terre causando alluvioni, frane e vittime. 

Il Nervia come altri torrenti fu ingrossato dalle piogge: trascinando detriti e ghiaia dagli argini spazzò via molte proprietà e, tra numerosi gravi danni, nel territorio di Camporosso abbatté una domus signorile appoggiata ad una vecchia torre in località le Braje e l'antica chiesuola di S. Pietro d'Alcantara. 

Da Camporosso s'avventò poi verso il mare trascinando i ruderi delle canalizzazioni dei mulini: purtroppo non son riportate notizie per l'ultimo tratto del fiume ma pare evidente che, assieme al ponte militare, abbia travolto i fortilizi ricavati nel suo letto. 

La descrizione del Rossi, desunta dai libri parrocchiali, accenna più volte all'enorme massa di detriti portata al mare: non è irragionevole pensare che la massa d'acqua, fermata dai buoni argini della sponda Ovest, si sia aperta una via sin alla foce, che era sì ampia ma presso cui il letto si solleva tuttoggi pei detriti depositati dalle acque marine che vi penetrano. L' accumulo del materiale trasportato venne a formare una diga naturale, facilmente "saltata" dalla gran piena ma destinata a diventare invalicabile appena fosse scemata la portata idrica: le acque furono quindi deviate così da scavare gli argini sabbiosi della riva Est ed aprire al Nervia uno pseudoalveo sin quasi al Torrione vallecrosino, mentre il Bastione di S, Pietro, dividendo a monte le acque, aveva spinto un ramo del torrente, oltre la sponda Est, sui bassi terreni della Braia orientale ove stavan poderi e case, oltre alla strada per Camporosso che risultava interrotta ancora ai tempi della Relazione Notari (l'ipotesi è convalidata da un confronto con le grosse alluvioni del 1910-1 e del 1966. entrambe documentate fotograficamente).
Dopo che si procedette ad una migliore arginatura della sponda occidentale del torrente e in dipendenza di alcuni processi geo-morfologici, il Nervia abbandonò questo alveo e se ne aprì nel XVIII secolo uno alternativo, che deviava in modo brusco, per il tramite di un braccio ad ansa, verso l'area delle BRAIE (BRAIA) (probabilmente la più importante ma non certo l'unica conformazione rurale col toponimo BRAIA nel Ponente ligure) per poi avvolgere, con due punti di impatto, la vecchia strada che attraverso tale località portava dall'area costiera a Camporosso Mare (oggi identificabile con la via comunale che congiunge questa grossa frazione, per il tramite del ponte dell'Amicizia e poi della provinciale, al borgo antico).
Nei periodi di piena e di alluvione, le proprietà agricole della contrada subirono gravi danni sino al punto che parve inderogabile un grosso intervento di arginatura onde ricomporre il torrente entro un alveo più rettilineo e meno suscettibile di deflagrazioni alluvionali sulle proprietà.
Il programma correttivo venne ideato nei primi decenni del 1800 dopo che una serie di disastri climatici e di anormali perturbazioni atmosferiche aveva contribuito a trasformare il Nervia in un "proiettile idrico" capace di produrre ovunque reiterati disastri.
Questa politica venne promossa da tutte le comunità interessate al Nervia, che difronte a tale emergenza misero, provvisoriamente, da parte i reciproci campanilismi.
 
I lavori di progettazione furono affidati a due professionisti ventimigliesi, gli architetti STEFANO e PIETRO NOTARI, che il 19-V-1820 presentarono alle autorità municipali di Vallecrosia una dettagliata proposta tecnica (Carta e relaz. Notari in Arch. Comunale di Camporosso).
Dalla RELAZIONE SCRITTOGRAFICA degli architetti Notari (tuttora estremamente utile per visionare le caratteristiche del torrente nel XVIII secolo) furono chiariti sia i fattori incidenti che le eventuali soluzioni.
 

Essi evidenziarono in primo luogo come l'antico Bastione di S. Pietro (nella carta segnato dalla lettera D) (un'opera muraria che non qualificarono, sita nell'alveo quasi all'altezza dell'attuale campo sportivo "R.Zaccari": un probabile retaggio delle fortificazioni austro-sarde di metà '700) fosse da demolire immediatamente poiché tagliava il corso d'acqua in due settori: "un braccio maestro che scorre con forte declivo e pendio" e un "braccio minore" [tutte queste strutture militari dovevano però aver subito terribili danni in concomitanza con altri edifici pubblici e privati nel 1777 a causa della gravissima "Alluvione degli Angeli Custodi" che alterò anche il corso fluviale verosimilmente spazzando via anche il ponte che si vede qui enfatizzato da una carta militare più ampia del periodo di metà '700 della Guerra di Successione al Trono Imperiale d'Austria e verosimilmente facente parte delle fortificazioni austro-sabaude]
Quest'ultimo si ricongiungeva col "maestro" dopo circa 260 metri di percorso autonomo, con un punto massimo di divergenza rispetto a quello di 70 metri in direzione Est.

Dopo che, per 50 metri scorreva nuovamente per il tramite di un unico braccio, il Nervia si imbatteva in una vasta conformazione di "Grava e Terra supperiore in livello ai terreni opposti" , uno di quei depositi alluvionali che, sotto il nome di Isole, nel medioevo erano state sedi di impianti rurali o di ricetto; dal punto di impatto si originava quindi, con direzione Sud-Est, un ulteriore braccio minore che si ricongiungeva solo dopo 750 metri col tronco "maestro".
Questo, a sua volta, frenato da una nuova conformazione di "Grava e Terra supperiore in livello ai terreni opposti una volta letto antico del fiume" aveva piegato lentamente in direzione Sud-Est.
Il punto di impatto dei due "bracci" era un'area che per 40 m. superava la "Strada da Camporosso in Bordighera" che quindi risultava coperta dal corso d'acqua.
Nel frattempo il "braccio minore", filiforme (massima larghezza = 10 metri), da cui a sua volta si ramificava un braccio minimo della larghezza di 4 metri, si ricongiungeva e si diversificava a più riprese in rapporto a questo ultimo creando sacche paludose o di ristagno e soprattutto, sfondata la strada citata, ne trasformava in acquitrino un tratto di 110 metri, sì da allagare le proprietà "Fratelli Biancheri fu Michele","Eredi del Sig. Augusto Bernardino Aprosio","Cauvin".
Ritornato unico, il Nervia, giunto ad una divergenza massima di 220 metri dalla linea (ben evidenziata dagli autori) del "letto antico", investiva le proprietà "Eredi Carlo Lanfredi","Gio.Battista Squarciafichi","Signor Sebastiano Biamonti Giudice di Bordighera","Pietro Paolo Rebaudo","Eredi del Sig, G.C.Rossi", sino al punto di minacciare con una grande ansa la strada già in questione e la "strada antica" (strada romana proveniente da S. Rocco) da cui tutte le proprietà sono genericamente nominate nel progetto "Terreni di prima qualità appartenenti a differenti particolari di Vallecrosia minacciati dal fiume".
Di questi ultimi vengono citati, poichè i loro terreni non sono solo minacciati ma ormai in parte letto del torrente impazzito, gli "Eredi del S. Angelo Benedetto Aprosio, Giuseppe Porro, Fenoglio Angelo".   Vengono altresì registrati, a circa 110 metri (direzione Sud-Est) dalla "Strada aperta dal Governo Francese" (verosimilmente costruita secondo le contingenze del Nervia), una "Batteria costrutta dagli Austriaci nel 1800 (di disegno quadrangolare, lato di 40 metri) ormai intaccata nell'angolo Sud-Ovest" e poi il "prato dei Sig.ri fratelli Aprosio fu Bartolomeo", sempre possidenti di Vallecrosia.
Prima di entrare nel "Mare Mediterraneo", il Nervia formava una falsa foce ad estuario della larghezza massima di 160 metri, da cui si staccava un braccio (larghezza massima 40 metri-minima 10) lungo 240 metri in linea d'aria (dir. Sud-Est) dal falso estuario.
Dall'oculatissima diagnosi si evidenziarono i gravissimi danni patiti dal territorio di Vallecrosia in parte stabilmente occupato dal fiume anche in periodo di normale regime.
La mancanza di qualsiasi difesa rendeva fattibile l'alluvione quasi sino all'area di S. Rocco, con l'investimento delle case "Amalberti, Biamonti, Aprosio, Curti" (oltre, è naturale, della "strada antica e di quella Aperta dal Governo Francese").
Ma anche prima del Bastione di S. Pietro il Nervia, pur scorrendo ad Est del "letto del fiume antico" originava diversi "bracci minimi" che potevano investire, ingrossati da eventuali piene, la "casa di Bartolomeo Rondelli", la "casa dello scarello", la "Casa di Luca Andrea Garzo" e soprattutto il "predio di Paulo Biancheri".
Procedendo sempre in direzione Sud-Est paiono relativamente esposte le proprietà in gran parte ad Est della strada "Camporosso-Bordighera" del "Conte Lingueglia" (con 3 case di cui 2 "distrutte"), di "L.Andrea Garzo", di tal "Ferreri", di una "Vedova Biamonti", di "Saverio Gibelli fu Sebastiano": molto esposti dovevano essere invece "l'orbasco I e II".
 

Durante l'alluvione del 1910-'11 le acque sfondarono ancora gli argini orientali per inondare tutta l' area costiera da Camporosso Mare alla Stazione ferroviaria di Vallecrosia sita davanti all'area dove nel '700 stavano alcune strutture, che appena si vedono di scorcio nella cartografia militare coeva, dipendenti dalla ridotta Guibert e adibite ad esercitazioni delle forze austro-sarde impegnate nella Guerra di successione al trono imperiale...

Nel secondo caso, in modo quasi identico a quanto accadde nel 1777, l'acqua del Nervia in piena travolse diverse strutture costruite sugli argini di tutto il suo corso vallivo, quindi, respinta dai grossi terrapieni alla foce, che proteggono il locale Deposito Ferroviario costrutto su un terrapieno, essa balzò entro il mare scaricando sulla linea ghiaiosa della foce detriti di ogni natura. Allorché dopo una settimana il fenomeno alluvionale regredì, si vide che una diga naturale bloccava la foce e che il torrente si era già aperto un subalveo verso l'area Camping della riva Est, coprendovi tutta la proprietà Rossi: gli immediati lavori di ripristino impedirono che si verificasse quanto, quasi sicuramente, era accaduto nel 1777. Il fiume peraltro, come evidenziato dalla Relazione Notari, all' altezza degli accumuli individuabili all'altezza del Bastione di S.Pietro si era ancora diviso ed un ramo impetuoso aveva allagata la zona delle BRAIE e la strada per Camporosso; in questa gli interventi furono tempestivi eppure per tre giorni la popolazione venne allertata nel caso di una evacuazione.

  

In effetti quando il Nervia supera una certa portata, come riferiscono tuttora operai e muratori, l'acqua filtra sotterranee dagli argini della riva orientale fin entro alcuni scantinati di palazzi antistanti la stazione Ferroviaria di Vallecrosia, dove a metà '700 i soldati austro-sardi impegnati a fortificare la casa di un tal Moro destinata a diventare il forte Guibert dovettero bonificare per igiene pubblica e per il transito diversi laghi salmastri di ristagno

in Cultura-Barocca

domenica 28 ottobre 2018

Ventimiglia (IM) e zona: il caso Foscolo

J.T Wilmore, Ventimiglia - Particolare con il ponte seicentesco (articolo di Erino Viola = "Ventimiglia nel Seicento" dalla Rivista Aprosiana 2007)
La lettera da Ventimiglia (IM) che Ugo Foscolo attribuì a Jacopo Ortis, infelice protagonista del suo omonimo romanzo, non è fatto solo letterario ma nasce da un’esperienza autobiografica.
La romanzesca lettera, del 19-20 febbraio 1799 venne in effetti ideata sulla base di due viaggi foscoliani per le contrade liguri.
Uno avvenne nel giugno 1800 (Genova-Pietra Ligure-Nizza Monferrato-Alessandria), mentre quello che gli fece conoscere Ventimiglia si era svolto nel dicembre 1799 (Genova-Ventimiglia-Nizza).

Quest'ultimo fu causato da un grave evento politico, essendo GENOVA provvisoriamente caduta nelle mani delle forze antirivoluzionarie ostili alla Francia: ne derivò una fuga di tutti i filofrancesi e filonapoleonici alla difesa di Genova tra cui, assieme allo sfinito fratello Giovanni Dioniso, anche UGO FOSCOLO, che pure aveva avuto “tempo” di intrecciare una relazione amorosa e poetica con la nobile genovese LUIGIA PALLAVICINI.
Ed a proposito delle “relazioni foscolane” con la LIGURIA giova qui rammentare che su di esse, attraverso il controverso rapporto Vincenzo Monti – Ugo Foscolo, un influsso significativo anche culturale esercitò GIUSEPPE BIAMONTI DI SAN BIAGIO DELLA CIMA (maestro di greco classico di Vincenzo Monti e per tal via entrato tra le conoscenze foscoliane), nei cui riguardi proprio il Foscolo sarebbe diventato debitore di una non banale intuizione protoromantica per il suo celebre carme Dei Sepolcri.

Gli eventi del 1799 influenzarono quindi decisamente la stesura delle “Ultime Lettere di Jacopo Ortis", che essendo romanzo del 1802 ,risultò altresì contaminato dall’esperienza del soggiorno foscoliano del 1800 a Pietra Ligure.

Rispetto ai tempi di Angelico Aprosio, alcune cose non eran comunque mutate: in primis l’assenza di una strada litoranea dignitosa ed in secondo luogo il fatto che il misero percorso che conduceva da Bordighera a Ventimiglia era spesso interrotto da alluvioni e tracimazioni, conseguenza di quelle scarse previdenze epocali nei riguardi di arginature, ripascimento delle spiagge ed igiene pubblica, su cui Aprosio, descrivendo Ventimiglia nel suo repertorio biblioteconomico del 1673, si era già soffermato.

Nella lettera il Foscolo descrive un ambiente invernale: le piogge di fine ’99 e dei primi mesi del nuovo secolo, con fenomeni alluvionali, sono fotografati nel quadro ambientale di Ventimiglia e terre circonvicine. Dall’altura delle Maure egli contemplò le acque in piena del Roia, quindi raggiunse il ponte rinascimentale e da una rotonda all’inizio di questo, che tuttora esiste a fianco sud dell’attuale ponte stradale e pedonale, egli contemplò, come oggi stesso risulta possibile, “i due argini di altissime rupi e burroni cavernosi” che rimandano alle “Gole di Saorgio”.
"Rara veduta di Ventimiglia in cui non compare l'edificio dell'ex seminario" (articolo di Erino Viola = "Ventimiglia nel Seicento" dalla Rivista Aprosiana 2007)
Dall’altura delle Maure egli contemplò le acque in piena del Roia, quindi raggiunse il ponte rinascimentale e da una rotonda all’inizio di questo, che tuttora esiste a fianco sud dell’attuale ponte stradale e pedonale, egli contemplò, come oggi stesso risulta possibile, “i due argini di altissime rupi e burroni cavernosi” che rimandano alle “Gole di Saorgio”. Ugo Foscolo a Siestro ed alle Maure era giunto per sentieri di altura, perché al suo Ortis fa parlare di un viaggio verso Ventimiglia “fra aspre montagne”. Dice anche che su quei monti sono “MOLTE CROCI CHE SEGNANO IL SITO DEI VIANDANTI ASSASSINATI” (ma giunge altresì sintomatico che , con poetica intuizione, abbia parlato istintivamente di viandanti e non di soldati o masnadieri, sentendo o da altri intuendo che quella era soprattutto una via pacifica, a parte le recenti drammatiche situazioni). Tale preromantica espressione non corrisponde al vero sia perché non era consuetudine epocale di SEPPELLIRE (PROCEDERE ALLE INUMAZIONI) in tal modo, sia per il fatto che nessun notaio ha mai registrato nulla di simile neppure in circostanze eccezionali. Per inciso occorre ricordare come il tema protoromantico dei cimiteri, che portò alla - dal Foscolo contestata nel Dei Sepolcri - seppur sulla base di istanze sentimentali, normativa di Saint Cloud era la dilatazione letteraria di un problema reale, connesso ad una crescente necessità sia di igiene pubblica quanto alla lotta contro perduranti forme di pratiche superstiziose alimentate sia da mancata custodia dei cimiteri che dal lugubre formalismo delle inumazioni (terrori indubbiamente acclarati da un evento epocale di presunti ritornanti connessi ad una supposta epidemia di vampirismo) ed ancora all’esigenza di porre un limite, per carenza di rilevazioni diagnostiche, al non raro seppellimento di persone ancora vive, le così dette vittime, per varie casualità e patologie, delle MORTI APPARENTI.

Cippo confinario del 1700 tra Seborga (IM) e Sanremo - Foto: Franco Fogliarini di Seborga

Quelle che vide erano le CROCI disposte verso gli ultimi anni del ‘600 onde dirimere le CONTROVERSIE DI CONFINE tra il Dominio di Genova e Seborga e tra Ventimiglia ed i borghi rurali o marinari di Camporosso, Vallecrosia, Bordighera, San Biagio della Cima, Sasso, Soldano, Vallebona, Borghetto San Nicolò: siffatti cippi a pseudotumulo correvano a fianco delle vie di altura che - data la loro importanza - erano state contestate nel contenzioso.  
  
Inteso che nel dicembre 1799 il Nervia in piena aveva tracimato e che il ponte non esisteva più o più non serviva, il Foscolo, giunto a Bordighera, deve aver intrapreso la direttrice interna di sublitorale per accedere da tal paese alla valle del Crosa e quindi giungere da Dolceacqua alla deviazione dal Convento della Mota.
 
Per mezzo di questo percorso egli era quasi certamente giunto in Dolceacqua dalla valle del Crosa, seguendo la deviazione già descritta in una pubblica relazione genovese del 1629.
Poi, superato facilmente per il robusto ponte il Nervia, era passato dal Borgonuovo di Dolceacqua al Convento della Muta donde, inerpicandosi per una mulattiera dovette immettersi sulla strada d’altura sin al punto limite del Convento di Sant'Agostino.
Precisamente, prima di giungere all’area di tale complesso ecclesiale, il poeta di Zante dovette iniziare a discendere dall’altura donde aveva contemplata con tanta efficacia protoromantica sia la natura che Ventimiglia.
Finalmente, avvicinandosi per tappe mai agevoli raggiunse “Li prati delli Frati” da dove facilmente potè accedere al Convento di Sant' Agostino di Ventimiglia (IM), il cui fronte guardava la “strada romana”.
"Veduta ottocentesca della chiesa di S. Antonio Abate e di via Garibaldi di Clemente Rovere, 1830" (articolo di Erino Viola con la collaborazione di Andrea Folli e Gisella Merello = "La Strada Nuova e gli altri edifici pubblici cittadini" dalla Rivista Aprosiana 2007)

Da lì gli giunse oltremodo semplice raggiungere il corso del fiume Roia e finalmente il complesso demico principale della città di Ventimiglia donde non dovette certo creargli problemi una prosecuzione del viaggio alla volta del sicuro territorio di Francia.

da Cultura-Barocca